Michel Fraile – Viaggi, passioni e Surrealismo

Gli ascoltatori del podcast avranno già avuto modo di conoscere il fotografo francese Michel Fraile attraverso l’ultima puntata, la profondità e lo spirito delle sue risposte, il suo lavoro. Con piacere quindi riproponiamo il testo dell’intervista, sia in francese che in italiano, per chi volesse leggerlo nuovamente, o per la prima volta.

Michel Fraile è stata una scoperta casuale, attraverso l’acquisto del suo Paris Sauvage (edizione autografata!), che subito ci ha colpito e fatto capire che eravamo di fronte ad un fotografo come se ne trovano pochi, e l’esperienza di averlo avuto come ospite ha confermato appieno le nostre prime impressioni. Prima di leggere l’intervista quindi, vi suggeriamo caldamente una visita al suo sito, siamo sicuri che colpirà anche voi!

 

Testo Italiano

Ballerino contemporaneo, amante indiscusso dei mercatini, chi è Michel Fraile e quale è il suo percorso attraverso la fotografia?

La mia vita si è sviluppata, forse senza una reale premeditazione, intorno all’eclettismo… Professionalmente, così come personalmente, mi sento un po’ un «Arlecchino» composto da molte esperienze provenienti dai domini più disparati. Ho sviluppato, penso molto presto, una curiosità per il mondo che mi circonda, per gli argomenti sconosciuti con uno spirito di adattamento che credo sia molto importante.

Ma in questo universo la fotografia è sempre stata tra le «trame», diciamo che sia stata l’arte in generale ad essere sempre presente.

Mio zio, che era uno scultore, ha avuto una grande influenza in questo senso su di me, a 10 anni mi ha regalato una Kodak «Retinette» poi mi ha regalato la mia prima Canon, marchio al quale resto fedele dopo che la AE1 mi ha aperto lo sguardo sul mondo. Da quel momento non ho mai smesso di catturare degli istanti, poiché per me la fotografia è tutto tranne che un istante bloccato nel tempo; la fotografia non ha senso se non nella condivisione, quando la si mostra. La fotografia è un’apertura, un boccaporto, un invito alla scoperta. Io provo ad offrire il mio sguardo, dopodiché ciascuno se ne approprierà, libero di farne ed immaginarne ciò che vuole. Una foto è per me molto più animata e vivente di un film o di un video, poiché lascia ancora più spazio all’immaginario se uno accetta di entrarci dentro.

Nel tuo sito internet si può notare che il viaggio gioca un ruolo centrale nella tua opera. Tu hai voluto pubblicare non solo i luoghi che hai visitato, ma anche il primo mezzo di trasporto che bisogna prendere per andare lontano: l’aereo. Cosa è la fotografia di viaggio per te? E inoltre, cosa c’è negli aerei che cattura il tuo interesse?

Il viaggio è sicuramente completamente integrato alla mia vita e alle mie voglie di scoprire, condividere, comprendere il mondo che ci circonda, di rimettersi in gioco all’interno del proprio comfort morale e fisico. L’aereo ed i libri fotografici di aeronautica sono apparsi in questo universo un po’ per caso. È stato davvero il caso? L’aereo per me, anche se sono stato coautore di quattro libri su questo soggetto, resta solo un mezzo di trasporto, che possiede comunque la sua propria identità e la sua propria storia. Mezzo di trasporto in senso lato, poiché non dimentichiamoci che la sua vocazione primaria è quella di avvicinare gli uomini dall’introduzione della posta aerea fino alla conquista spaziale.

In questo senso l’aereo possiede una vera nobiltà, una bella vocazione e la sua storia è incredibilmente ricca, molti uomini sono morti per creare questi legami tra punti diversi del pianeta, affinché altre persone comunicassero meglio tra di loro. Il sogno di Icaro è divenuto quasi possibile: volare…

Si può anche vivere senza viaggiare, si può viaggiare attraverso lo sguardo altrui, è anche questa una forma di testimonianza che ritroviamo nell’immagine, un invito a viaggiare per delega con lo sguardo di un altro (il fotografo) per vedere lo sguardo di altri (i soggetti)

Ho preso ben presto il gusto di andare a vedere ciò che accade in altri posti, ho solcato per bene il pianeta. Forse ho un animo da avventuriero, che ritorna ogni volta più ricco di emozioni, di sconvolgimenti interiori, di scoperte, ma anche spesso destabilizzato e a volte ancora più cosciente dei privilegi che ha ricevuto nella propria vita.

Hai pubblicato un’opera sui Juke Box, una delle tue passioni. La passione per il collezionismo è una delle più diffuse al mondo, e dura tutta una vita. Come sapere quando si è pronti per “sentirsi un esperto” e dunque poter pubblicare qualcosa sull’argomento?

«Juke Box » è la storia di un universo al quale mi sono molto interessato. Sia come testimonianza che traccia di un’epoca. Ho sempre pensato, senza essere totalmente animista, che gli oggetti hanno delle cose da raccontarci, erano lì prima di noi e ci saranno dopo di noi. Se li ascoltiamo ci parlano, se ci interessiamo a loro ci svelano segreti e ci permettono spesso di comprendere meglio il presente. È attraverso Pinocchio che si comprende Geppetto…

In questo universo il Juke Box è un rivelatore e la congiunzione di molte evoluzioni: la musica in primo luogo e la riproduzione musicale, l’oggetto ed il suo design, la meccanica, l’illuminazione, l’evoluzione dei materiali. È in effetti un rivelatore sia del suo tempo che dell’evoluzione della vita.

Credo che bisogna essere un po’ presuntuosi per sentirsi «esperti», sono gli altri che possono dirlo, non io.

Non si è mai un esperto, si cerca di comprendere, analizzare, avvicinarsi alla conoscenza, c’è sempre qualcuno migliore, più erudito o una forma di pensiero differente, un approccio al soggetto più originale, spiegazioni più pertinenti e così via. La forza dell’Homo Sapiens, non dimentichiamolo, è la capacità di fare gruppo, di organizzarsi, di unirsi e di condividere anche pensieri differenti.

La forza di colui che si approccia ad un soggetto per divenirne esperto dovrebbe essere innanzitutto quella di arricchirsi attraverso le esperienze altrui con umiltà. Il legame con la fotografia diviene in questo modo evidente: uno non si sente MAI pronto a pubblicare qualcosa. Si potrebbe, come faceva Penelope, scrivere nuovamente tutte le notti ciò che si era scritto durante il giorno precedente. Si può fare la stessa foto per una vita intera, alla ricerca di una perfezione che non sarà mai assoluta, ma io credo che bisogna accontentarsi di donare una verità all’istante che si fotografa, accettando che questa verità non valga più già dall’istante successivo.

Il tuo lavoro più audace è, forse, Paris Sauvage, nel quale si ammirano animali che non hanno nulla a che vedere con l’ambiente urbano, come orsi e tigri, fare da contrappunto ai paesaggi parigini più celebri, o più iconici. Al di là del primo impatto di questa contrapposizione, quale è il messaggio che hai voluto dare ai lettori?

Paris Sauvage è una vera storia fotografica, un vero libro di fotografia, non solamente una iconografia di luoghi ed animali. È una storia costruita e voluta, una creazione. Il messaggio è: «Sognate! Evadete da voi stessi, rimettetevi in gioco, approfittatene, meravigliatevi.» L’ho costruito come fosse una fiaba, sicuramente surrealista, ma soprattutto come un incoraggiamento alla digressione. Ci sono molti messaggi in questa fiaba: il concetto di territorio è di sicuro uno di questi, la nozione di ecologia nel suo senso primevo e nobile. Jean de La Fontaine diceva: «Mi servo degli animali per istruire gli uomini», eppure questo lavoro non ha nessuna vocazione moralista, semplicemente è un incoraggiamento al rispetto.

In questo lavoro si ha anche, credo, molta derisione e humour. Ciascuno ci vedrà un messaggio differente, i bambini non ne avranno la stessa lettura degli adulti.

E poi ancora, l’apparente paradosso di questi animali nella città, apparente solo ad un primo sguardo, non sono forse così bene integrati nell’arredo urbano? Le città non sono anch’esse il loro territorio? Alcuni ci hanno visto un messaggio apocalittico, ma in realtà non è per niente così, la coabitazione è possibile ed auspicabile.

Il surrealismo di Paris Sauvage ci fa pensare all’opera di Dalì o di Matisse, anche se si parla di due artisti così diversi tra loro. C’è qualcosa che proviene dal mondo di questi artisti, o dal mondo del surrealismo in generale, che ti ha generato questa idea?

Il surrealismo è un concetto per me essenziale per la vita intera! I surrealisti hanno abbattuto le barriere del mondo razionale. Hanno aperto una porta sull’immaginario, spezzato i codici stabiliti, i surrealisti sono i rivoluzionari dell’arte e del pensiero, sono stati i precursori del «Think Different».

Io sono, immagino l’abbiate capito, un fervente detrattore del pensiero unico. Il surrealismo, così come la derisione, rendono spesso più belle le cose difficili da sopportare.

Quali sono state le difficoltà nel fotografare animali così selvaggi in una città così piena di gente? Quanto tempo hai dedicato alla preparazione dell’opera?

Ho voluto queste foto istintive come i propri soggetti, le inquadrature rapide, non troppo premeditate, non volevo fare un “road book”, poca preparazione, molta improvvisazione, molto adattamento, un’attrezzatura semplice e nessuna attrezzatura di illuminazione.

Ci si rende raramente conto che anche in una città animata come Parigi ci sono dei vuoti negli spazi e nei tempi che possono risultare molto importanti; curiosamente alcune fotografie, come quella dell’orso in Rue Soufflot in cui non appare nessun essere umano, sono state scattate alle 18, che è notoriamente un’ora di grande affluenza nelle strade.

A volte ci sono stati dei raggruppamenti di persone che assistevano agli scatti, sempre senza alcun problema e con molta collaborazione durante tutto il corso dell’opera, il surrealismo fa il suo lavoro…

Cosa cerchi nei tuoi ritratti?

Il ritratto è un’arte che adoro, è veramente l’espressione di una relazione tra il fotografo ed il suo soggetto. Una sorta di psicoterapia istintiva e simultanea. Un ritratto è innanzitutto una fotografia dell’anima, lontano dalla mera apparenza, un ritratto ben riuscito è prima di tutto una comprensione del personaggio che si ritrae. La bellezza di un ritratto non ha niente di plastico, è la sua espressività che importa. Amo le inquadrature ravvicinate, la vista che si tuffa nello sguardo ed il bianco e nero. Il bianco e nero è per me, qualunque ne sia il soggetto, una maniera di eliminare l’impostura dello «esteticamente corretto» che il colore ci induce senza che ce accorgiamo. Il colore perturba a volte la semplice lettura di una immagine e la sua comprensione, ci porta a volte sui percorsi della superficialità a scapito del significato.

Per te, per la tua fotografia, il giro del mondo finirà mai? Che cosa hai scoperto finora? Che cosa hai imparato esclusivamente dalla tua fotografia itinerante?

Un «giro del mondo» non finisce mai, ci si pone in orbita, difficile fare marcia indietro quando si ha preso il gusto della scoperta, il piacere dell’ignoto, la voglia di testimoniare, di condividere attraverso le mie immagini, senza pretese. I codici comportamentali, le culture, i modi di vita degli altri paesi ci portano continuamente a riflettere.

Sei fotografo e sei parigino. Cosa puoi consigliare ai fotografi per raccontare questa meravigliosa città senza cadere in clichés o in cose troppo lontane dallo spirito di Parigi?

Io abito a Parigi, il mio sguardo cade dappertutto. Parigi è una città magnifica se si riesce a domarla, è un cavallo pieno di foga e capriccioso che richiede molta energia e che in un attimo vi porta dove non volete. Il suo ritmo sfrenato non deve farvi perdere il vostro. Parigi è una città dalle risorse inesauribili, ci sono le cose che tutti vedono, già belle ed interessanti, e ci sono i suoi angoli più segreti.

Non bisogna escludere i clichés per avvicinarsi alla città, per imparare a domarla. Un’immagine è spesso per me una faccenda di angolo d’entrata nel soggetto, di un angolo che vi si avvicina sempre più. Il 35mm è per me la focale ideale per «entrare» nel soggetto, per avvicinarsi, questa focale obbliga a trovare una composizione, è una focale formidabile poiché non tollera errori.

Quindi il mio consiglio è: nessuna attrezzatura superflua, un bel 35mm, nessun flash, siate reattivi, sentite, captate le vibrazioni di una città nella quale succede sempre qualcosa. Successivamente, una volta che la bestia è divenuta più docile, scegliete un tema, senza perdersi nella moltitudine di soggetti possibili. Bisogna affidarsi all’istinto. In Paris Sauvage l’arredo urbano è evidente, noto, quasi un cliché, ma questi animali gli conferiscono una nuova vita, un’altra lettura.

Quale sarà il tuo prossimo progetto fotografico?

Il mio prossimo progetto fotografico, o piuttosto quello su cui sto già lavorando, girerà intorno al tema delle Vanità: una critica della società dei consumi con l’occhio rivolto verso i valori universali e vitali. Il nome forse sarà «Tutto è destinato a sparire» e sarà un mix di differenti media: fotografia, scultura, installazioni.

Quale è la tua migliore fotografia che non hai scattato?

Amo questa domanda, che può avere più significati.

La mia migliore fotografia è sicuramente quella che non ho scattato! È quella in cui la forza di approfittare di un istante si è fatta più grande di quella di voler a tutti i costi premere il pulsante di scatto. Un po’ egoista come visione ma un fotografo deve vivere i propri soggetti, anche a rischio di non fotografare. Non amo le cose che diventano ossessive, quelle cose per cui la fotografia non vive e non respira se non attraverso la foto che si sarebbe scattata.

La mia migliore fotografia è anche quella di cui non sono l’autore, ma mi sarebbe piaciuto esserlo, essere lì e condividere l’istante. Robert Capa sulle spiagge dello sbarco, Steve Mc Curry ed il suo ritratto antologico, la moda con Avedon e così via…

Texte Français

Danseur contemporain, chineur invétéré, qui est Michel Fraile et quel est son parcours à travers la photographie ?

Ma vie s’est construite peut être sans réellement le préméditer autour de l’éclectisme… Professionnellement comme personnellement je me sens un peu « arlequin » construit par beaucoup d’expériences dans des domaines très variés. J’ai développé je pense très tôt une curiosité pour le monde qui m’entoure, pour les sujets  inconnus , avec je crois une faculté d’adaptation importante.

Mais dans cet univers la Photographie a toujours été en trame… l’art en général d’ailleurs.

Mon Oncle artiste plasticien aura je pense une grande influence sur moi en ce sens, a 10 ans on m’offrait un appareil Kodak « Retinette » puis il m’offrit mon premier Canon… marque à laquelle je reste fidèle depuis ce Canon AE1 m’a je pense ouvert sur le monde…depuis je n’ai cessé non pas de capturer des instants, car pour moi la photographie est tout sauf un instant arrêté, tout sauf un instant figé, la photographie n’a de sens que dans le partage, elle est donnée à voir. La Photo bien au contraire, est une ouverture, une trappe, une invitation à la découverte.  J’essaie d’offrir mon regard après chacun se l’appropriera, libre d’en faire et d’imaginer ce qu’il veut. Une photo est pour moi beaucoup plus animée et vivante qu’un film ou qu’une vidéo, car elle laisse encore plus de place à l’imaginaire si on accepte d’y entrer…

Dans ton site internet on peut noter que le voyage joue un rôle central dans ton œuvre, tu as voulu publier pas seulement les lieux que tu as visité, mais aussi le premier moyen de transport qu’on doit prendre pour aller loin : l’avion. Qu’est-ce que la photographie de voyage pour toi ? Et ensuite, qu’est-ce qu’il y a dans les avions qui capture ton intérêt ?

Le voyage est bien sûr complètement intégré à ma vie et à mes envies de découvrir, de partager, de comprendre le monde qui nous entoure, de se remettre en question dans  son confort moral et physique.

L’avion et les livres aéronautiques à ce titre sont apparus dans cet univers un peu par hasard… est ce vraiment le Hasard…? L’avion pour moi, même si j’ai coécrit 4 livres sur ce sujet ne reste qu’un moyen de transport, qui a bien sur sa propre identité et sa propre histoire.

Transport au sens large malgré tout, n’oublions pas sa vocation première qui est celle de rapprocher les hommes depuis les débuts de l’aéropostale (transporter le courrier) jusqu’a la conquête spatiale.

A ce titre, l’avion a une vraie noblesse, une très belle vocation et son histoire est merveilleusement riche, beaucoup d’hommes sont morts pour créer des liens avec l’ailleurs,  pour que d’autres communiquent mieux entre eux. Le rêve d’Icare devenu presque possible : voler…

On peut aussi vivre sans voyager… voyager avec le regard des autres… c’est aussi une forme de témoignage que l’on retrouve dans l’image, une invitation à voyager par procuration avec le regard des autres ( le photographe) pour le regard des autres (les sujets).

J’ai pris très tôt le gout d’aller voir ailleurs ce qui s’y passe… beaucoup sillonné la planète. Peut être une âme d’aventurier… qui revient chaque fois plus riche en émotions, en bouleversements, en découvertes mais aussi souvent déstabilisé et  parfois encore plus conscient de ses privilèges de vie.

Tu as publié une œuvre sur les juke-box, une des tes passions. La passions pour le collectionnisme est une des plus diffuses au monde, et elle dure toute la vie. Comment savoir quand on est prêt pour « se sentir un expert » et donc pouvoir publier quelque chose sur le sujet ?

« Juke Box »  est la aussi l’histoire d’ un univers auquel je me suis beaucoup intéressé.

Toujours en tant que témoignage, trace d’une époque. J’ai toujours pensé, sans être totalement animiste J que les objets avaient des choses à nous dire… ils étaient la avant nous et seront la après. Si on les écoutent ils nous parlent, si on s’intéresse a eux,  ils nous délivrent des secrets et nous permettent souvent de mieux comprendre le présent. Au travers de Pinocchio au comprend Gepetto…

Dans cet univers le Juke box  est un révélateur et la conjonction de beaucoup d’évolutions :

La musique en premier lieu et la reproduction musicale, l’objet et le design, la mécanique, la lumière, l’évolution des matières. Il est en fait  un révélateur à la fois de son temps mais aussi de l’évolution de la vie.

Il faudrait être prétentieux pour se sentir « expert » les autres peuvent le dire… pas soi même…

On est jamais un expert, on essaie de comprendre d’analyser de s’approcher de la connaissance, il y a toujours mieux, quelqu’un de plus érudit, une forme de pensée différente… une approche du sujet plus originale, des justifications plus pertinentes et c’est très bien ainsi… la force de l’homo Sapiens ne l’oublions pas et ce qui fait l’homme aujourd’hui c’est la capacité à se regrouper, à se concerter, à s’unir.

La force de celui qui approche l’expertise devrait être avant tout celle de s’enrichir de l’expérience des autres avec humilité. Le lien avec la Photographie est aussi évident…

Pour publier, on ne se sent jamais prêt !  On pourrait comme Pénélope (pas Fillon J ) réécrire toutes les nuits ce que l’on a écrit le jour même. On pourrait refaire toute une vie la même photo… dans un souci de perfection qui ne sera jamais absolu…  non il faut se contenter de donner une vérité à l’instant, en acceptant qu’elle ne soit plus valable l’instant d’après.

Ton travail le plus audace est, peut-être, Paris Sauvage, dans lequel on voit des animaux qui n’ont rien à voir avec le cadre urbain, comme ours et tigres, faire de contrepoint aux paysages parisiens le plus célèbres, ou le plus iconiques. Au-delà du premier impact de cette contraposition, quel est le message que tu as voulu donner aux lecteurs ?

Paris Sauvage est une vraie histoire photographique,  un vrai livre de photographe, pas seulement une iconographie. C’est une histoire construite et voulue, c’est une création. Le message est : rêvez !! évadez vous, remettez en question, profitez, émerveillez vous… Je l’ai Construit comme une Fable, surréaliste certes, mais surtout comme un encouragement à la digression. Il y a beaucoup de messages dans cette fable : la notion de territoire y est abordée, la notion d’écologie au sens premier et noble,

Jean de La fontaine disait : «  Je me sers des animaux pour instruire les hommes » ce travail n’a pour autant aucune vocation moraliste… simplement un encouragement au respect.

Il y aussi dans celui ci je pense beaucoup de dérision et d’humour. Chacun y verra des messages différents, les enfants n’auront pas la même lecture que les adultes.

Et puis l’apparent paradoxe de ces animaux  dans cette ville… apparent seulement… ne sont ils pas bien intégrés dans ce décor ? Les villes ne sont elles pas aussi leur territoire ? Certains y ont vu un message apocalyptique, mais en fait pas du tout…la cohabitation est possible et souhaitable.

Le surréalisme de Paris Sauvage nous fait penser à l’œuvre de Dali ou de Matisse, même si on parle de deux artistes si différents entre eux. Y-a-t-il quelque chose qui vient du monde de ces artistes, ou du monde du surréalisme en générale, qui t’as donnée cette idée ?

Le surréalisme est une notion pour moi essentielle  à la vie tout simplement !!!  Les surréalistes ont décloisonné le monde de la raison. Ils ont ouvert une porte sur l’imaginaire, cassé des codes établis, ils sont les révolutionnaires de l’art et de la pensée. ils ont étés les précurseurs du «  Think Différent ».

Je suis,  vous l’aurez compris un fervent détracteur de la pensée unique. Le surréalisme tout comme la dérision rendent souvent plus belles les choses insupportables.

Quelles ont été les difficultés pour photographier des animaux si sauvages dans une ville si plein de monde ? Combien de temps as-tu dédié à la préparation de l’œuvre ?

J’ai voulu ces photos, proches de leur sujets…instinctives , les prises de vue rapides, pas trop préméditées,  pas de road book , très peu de préparation,  beaucoup d’improvisation, beaucoup d’adaptation, un matériel simple pas d’éclairage.

On se rend rarement compte que même dans une ville aussi animée que Paris il ya des vides espace temps très importants,  curieusement certaines photographies comme celle de l’ours rue Soufflot ou aucun humain apparaît a été prise à 18h… heure d’affluence dans les rues.

Parfois bien sur ces prises de vues ont engendrées des attroupements… toujours bienveillants, je n’ai rencontré aucune difficulté particulière tout au long de ce travail, le surréalisme fait son œuvre…

Qu’est-ce que tu cherches dans tes portraits ?

Le Portrait est un art que j’adore, il est vraiment l’expression d’une relation entre le Photographe et son sujet. Une sorte de Psychothérapie instinctive simultanée. Un portrait c’est d’abord une photographie de l’âme, loin de la seule apparence, un portrait réussi c’est une compréhension du personnage avant tout. La beauté d’un portrait n’a rien de plastique c’est son expressivité qui importe. J’aime les cadrages serrés, les vues qui plongent dans le regard et le noir et blanc…  Le noir et blanc est pour moi quelque soit le sujet une manière d’éliminer l’imposture de « l’esthétiquement correct » qu’induit malgré nous la couleur… la couleur perturbe parfois la simple lecture d’une image et sa compréhension… elle nous emmène parfois sur les chemins de la superficialité au détriment  de la signification.

Pour toi, pour ta photographie, le tour du monde terminera-t-il jamais ? Qu’est-ce que tu as achevée jusqu’à aujourd’hui ? Qu’est-ce que tu as appris exclusivement de tes photographies itinérantes ?

Un « tour du monde » ne se termine jamais, on se place en orbite,  difficile de faire marche arrière lorsqu’on a pris le gout de  la découverte, le plaisir de l’inconnu, l’envie de témoigner, de partager au travers de mes images, sans prétention … les codes,  les cultures, les modes de vie, des autres pays nous amènent perpétuellement à réfléchir.

Tu es un photographe et tu es un parisien. Qu’est-ce que tu peux conseiller aux photographes pour raconter cette merveilleuse ville sans tomber dans des clichés ou dans des choses trop loin de l’esprit de Paris ?

J’habite Paris, mes yeux sont partout… Paris est une ville magnifique si on arrive à la dompter, c’est un cheval fougueux et capricieux qui demande beaucoup d’énergie et qui a vite fait de vous emmener la où vous ne voulez pas. Son rythme effréné ne doit pas vous faire perdre le votre.

Paris est une ville aux ressources intarissables, et puis il y a ce que l’on voit… déjà très beau et évident

et puis ses cotés plus secrets.  Les clichés ne sont pas à exclure pour s’en approcher… pour apprendre à l’apprivoiser. Une image est souvent pour moi une question d’angle d’entrée dans le sujet… puis d’angle photographique tout court… le 35 mm est pour moi la focale idéale pour « entrer » dans le sujet, s’en rapprocher,  cette focale oblige a trouver une composition, elle est redoutable car ne tolère pas l’erreur.

Alors c’est un de mes conseils… pas de matériel superflu, un 35 mm, pas de flash, réactivité, sentir,  humer les vibrations d’une ville dans laquelle il se passe toujours quelque chose. Par la suite, une fois la bête devenue plus docile, choisir un thème… sans se perdre dans la  multitude de sujets possibles. Faire confiance à son instinct. Dans « Paris Sauvage » le décor est évident, connu, presque cliché, mais ces animaux vont lui donner une nouvelle vie, une autre lecture.

Quel sera ton prochain projet photographique ?

Mon prochain projet Photographique ou plutôt celui sur lequel je travaille déjà… tournera autour du   thème des Vanités : une critique de la société de consommation avec en regard les valeurs universelles et vitales.  Le nom pourrait être : « Tout doit disparaître » ce sera un mélange de médias : photographie, sculptures, installations.

Peux-tu nous raconter quel est la meilleure photographie que tu n’as pas prise ?

J’adore cette question… qui a plusieurs significations…

Ma meilleure photographie c’est bien évidemment celle que je n’ai pas faite !  C’est celle ou la force de profiter de l’instant s’est faite plus grande que de vouloir a tout prix appuyer sur le déclencheur… un peu égoïste comme vision J mais un photographe doit vivre ses  sujets  … au risque de ne pas photographier, je n’aime pas les choses qui deviennent obsessionnelles, ces choses pour lesquelles le photographe ne vit et ne respire que par la photo qu’il aura captée.

Ma meilleure photographie c’est aussi celle dont je ne suis pas l’auteur… mais ou j’aurais aimé partager cet instant… R Capa sur les plages du débarquement,  Steve Mc Curry et son portrait anthologique, la mode avec Avedon,  and so on…

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