Mostra Genesi di Sebastiao Salgado, Contrasti e contraddizioni

Palazzo della Ragione, Milano, 02.11.14

Contrasti e contraddizioni.

Finalmente anche a Milano la fotografia ha il suo spazio permanente e il suo posto direttamente in centro a due passi dal Duomo, ossia nel Palazzo della Ragione, edificio medievale molto affascinante.

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In rete si leggono interventi di detrattori che accusano il comune di aver messo in piedi una politica di ‘botteghino’ organizzando mostre di grido, piuttosto che trovare il coraggio di dare spazio a giovani fotografi e nuove tendenze (per chi vuole approfondire un click qui).

Personalmente apprezzo molto questa nuova opportunità a prescindere dal programma espositivo.

Per aprire questa nuova stagione arriva “Genesi” di S. Salgado, 245 stampe in bianconero, frutto di un mastodontico progetto durato quasi un decennio, che ha portato lo stesso fotografo in viaggio per 100 paesi. Salgado inoltre è uno dei fondatori dell’organizzazione Istituto Terra che si occupa di progetti ambientalisti e che negli ultimi 15 anni hanno piantato circa due milioni di alberi.

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Genesi si riferisce appunto a luoghi delle origini, ancora immacolati, dove natura, tribù indigene ed animali vivono in armonia. Queste visioni servono per evidenziare tutto ciò che l’uomo moderno deve salvaguardare in ogni modo, preservandone l’integrità e cercando di invertire il processo di distruzione che ha avviato.

Queste citazioni della curatrice della mostra nonchè moglie di Salgado, danno la misura dell’ambizioso progetto:

“Viaggio unico alla scoperta del nostro ambiente, l’ultimo progetto di Salgado rappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare un atlante antropologico del pianeta, ma è anche un grido di allarme e un monito affinché si cerchi di preservare queste zone ancora incontaminate, per far sì che, nel tempo che viviamo, sviluppo non sia sinonimo di distruzione.”Lélia Wanick Salgado

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“Genesi è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. E’ un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo”. Lélia Wanick Salgado.

Il percorso della mostra ci porta a scoprire paesaggi mozzafiato dei poli del pianeta, dell’Africa e delle Americhe, ritratti di popolazioni scampate alla civilizzazione, animali liberi catturati solo dall’obiettivo della macchina del fotografo.

Le foto esposte sono incredibili ed evocative, alcune hanno un alone di magia, ottime le stampe anche in grandi formati riescono meglio a coinvolgere totalmente chi le guarda. La tecnica di ripresa è ineccepibile, con un equilibrio unico e una perfetta composizione.

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Ma è facile parlare bene di Salgado: anche se ha sempre diviso i critici che lo accusano di “estetizzazione del dolore e della catastrofe imminente” e vedono una contraddizione riguardo le sponsorizzazioni che gli hanno permesso di portare avanti i suoi progetti.

Uno degli sponsor di questo ultimo progetto è proprio la Vale, una delle aziende più inquinanti al mondo, che ha creato gravissimi danni in Brasile, ambientali e alla popolazione, a causa dell’estrazione e della lavorazione/trasporto del ferro (vedi il bellissimo progetto di Giulio Di Meo “Pig Iron”).

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Questa è appunto la contraddizione più scomoda che mi fa riflettere non tanto sui propositi quanto sulla trasparenza di certe meccaniche che circolano fra i “grandi maestri”.

Un’altra contraddizione sta nella scelta di combinare uso della pellicola e digitale.

Salgado racconta di essere stato obbligato al passaggio digitale perché i continui passaggi ai controlli di sicurezza aeroportuali deterioravano i rullini. L’esposizione però ne risente: gli scatti in pellicola mostrano un aspetto più delicato e naturale, un passaggio tonale morbido, ed in genere una più convincente e credibile realizzazione. Di contro alcuni scatti in digitale danno una sensazione di artefatto e finzione, la luce sembra manipolata e aggredita da interventi in post produzione.

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Per gli amanti della tecnica Salgado ha usato all’inizio Leica, poi Pentax medio formato e alla fine Canon digitale – macchina che faceva bella presenza sul tavolo della presentazione della mostra (per approfondire cliccate qui ). Tutti gli scatti sono passati in digitale, riversati su pellicola e stampati in chimica tradizionale.

Inoltre 245 immagini sono davvero tante, diventa impegnativo mantenere alto il livello di attenzione e alla fine l’esperienza ne risente, personalmente avrei fatto una selezione più contenuta delle fotografie.

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In definitiva la mostra è da vedere, mi è piaciuta tantissimo e la consiglio senza remore.

Ma Salgado divide chi lo ama e chi lo critica, io sto nel mezzo, non ho nient’altro che le mie sensazioni e la mia volontà di educare la mia percezione dell’immagine senza fermarmi a subire tutto quello che mi viene propinato, cerco di allenare il mio senso critico.

Giudico potente ed evocativo il risultato ma non il mezzo e le azioni.

Ma io non sono nessuno mentre Salgado sappiamo chi è!

Mirko Bonfanti

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