L’intervista a Guido Dacomo

DF: Oggi abbiamo l’onore di intervistare Guido Dacomo, fotografo fin dall’adolescenza, lo abbiamo conosciuto attraverso il sito della Nikon, parlaci un po’ di te.

GD: Ho 58 anni e fotografo dall’età di 16, ho sempre avuto questo hobby, questa idea di esprimermi attraverso le immagini fotografiche, ho cominciato con una Contax a telemetro di 3^ o 4^ mano, neanche ricordo più, regalatami da mio padre, e lì ho cominciato in un contesto generale forse perché la fotografia ti permette in qualche maniera di fermare quelli che alcuni definiscono l’istante assoluto, cioè quello che ti permette di fermare un certo momento e tu in questo momento poi nel tempo ti ritrovi, e può essere il tempo di un giorno dopo o un anno dopo, e questa è una cosa che mi ha sempre affascinato, così poi sono passato a macchine più sofisticate, e a quei tempi con grandi sacrifici per comprarmi l’attrezzatura, perché non vengo da una famiglia particolarmente ricca, e di questo me ne faccio un piccolo vanto, perché queste  piccole cose me le sono gustate pian piano, sempre andando avanti. Se avete visto il mio sito, vi sarete accorti che mi sto occupando di diversi generi fotografici.

DF: Infatti abbiamo notato che non hai un genere specifico di fotografia, abbiamo visto che passi dal ritratto al paesaggio allo stile minimale, è stato complicato entrare in profondità in tanti stili fotografici?

GD: No, e questo penso dipenda da due cose principali, una è sicuramente l’età avendo 58 anni e fotografando da 16 qualche decennio è passato, anche se con alti e bassi, come in tutti i campi della vita, problemi di lavoro, di famiglia, di cose varie etc…, a volte fotografavo di più a volte di meno, una mia curiosità intellettuale che sento mia, io sono un Gemelli, un segno zodiacale curioso per natura, mi piace avvicinarmi ad un genere piuttosto che ad un altro, solo che mi sono dovuto imbattere a dover considerare alcune cose, in questo momento devo dire che mi occupo di ritratto, anche se nel mio sito ne trovate poche molto particolari, ma la maggior parte non le posto perché devo riordinare il sito, alcune non posso perché non ho le liberatorie, quindi prossimamente potrete vedere delle cose diverse, poi c’è il paesaggio, che a me piace chiamarle foto di viaggio, a me piace definirle come riporto di un emozione provata durante un viaggio, poi le foto di animali, che sono foto che mi piacciono perché sono molto legate al momento in cui mi trovo, nel senso che ci sono certi momenti che cogli alcuni particolari ed altri che non li cogli, non trovo che sia un male piuttosto che un bene, anche perché non essendo un professionista, non essendo uno che deve campare sulla fotografia mi va bene scattare nel momento che mi sento di farlo e come mi sento di farlo.

DF: Guido, sin da piccolo hai cominciato a scattare, quindi sin da piccolo hai guardato la realtà da un mirino, quanto è cambiato il tuo mondo dal primo scatto, considerando anche il fatto che oggi è molto facile manipolare le immagini.

GD: Non molto, perché parto dal presupposto che comunque uno scatto originale, qualunque esso sia, e qualunque sia stato anche nei decenni passati, è sempre stato oggetto di una post-produzione, d’altra parte anche lo stesso Cartier Bresson per lungo tempo ha affidato la stampa a un suo amico-collega, lui sapeva che Bresson le portava da lui perché lui stampava in una certa maniera e su consigli di Bresson, c’era una simbiosi tra i due individui, quindi che mi si venga a dire oggi che sullo scatto originale la post-produzione non esiste per me è un discorso che personalmente non esiste.

DF: Secondo te, la fotografia analogica è ancora migliore o quella digitale è diventata ormai più importante?

GD: In linea generale no, io non vedo delle grandissime differenze tra le due tecnologie, io stesso ormai da tempo ho abbracciato quella digitale, che mi ha permesso dopo tanti anni di buio fotografico, di avere tutto il controllo del processo dell’immagine, in modo semplice e qualitativamente sufficiente, certo occorre imparare ad usare un computer, questo è evidente, esattamente come prima bisognava saper usare le bacinelle con gli acidi e termostati, cose che io amo e che col tempo ho fatto.

DF: Forse quella digitale è più accessibile oggi.

GD: Sicuramente sì, e questo è un pregio e un difetto al tempo stesso, il difetto è che oramai tutti si sentono fotografi, basta avere una digitale in mano per dire io sono fotografo, il pregio è che si è ampliato il palco, c’è molta più gente che fotografa, e questo ti rimette in gioco, molto più di prima, una volta il fotografo che sapeva sviluppare, stampare dei pochi, ora sono molto di più le persone, e questo comporta il rimettersi in gioco, i bravi devono essere più bravi di quelli di una volta, e questo secondo me da fastidio a molte persone. Non nego che in qualche strettissimo ambito il B/N Fine Art ad altissimo livello in analogico, poi a me non piace definirlo analogico ma argentico, mi sembra più coerente con il tema, quindi come dicevo che la differenza con alcune stampe B/W Fine Art si può vedere, ma qual è il punto, è che le persone che ti vengono a fare il distinguo sono come quelli che ti parlano del come invece del perché, sono degli integralisti, secondo me una persona deve vedere una foto, guardarla, possibilmente stampata, e dire la sua opinione, quello che ci sia dietro, un computer o una camera oscura, non deve interessare nulla a chi lo vede, e il perché è che la fotografia deve trasmettere un emozione nel vederla, ma capisco anche il piacere di fare una fotografia in un certo modo invece che in un altro, io ad esempio mi sono ripromesso di rispolverare il mio corredo di “signore”, un corredo completo di Hasselblad, per fare delle foto come si facevano una volta, solo per un mio piacere personale, se poi mi darà un contratto più alto non lo posso sapere prima.

DF: Perché non ci racconti di un ricordo, un’emozione che tu hai avuto nell’ambito della fotografia analogica, e uno in quella digitale.

GD: Sono due cose semplicissime, la fotografia analogica cui sono più legato è dell’Aprile del ‘68, una foto che avevo fatto con la mia Contax a telemetro in B/W su pellicola Kodak stampata miliardi di volte che il negativo è rigatissimo, praticamente inguardabile, ora l’ho scansionato e pian piano ci sto lavorando per farlo tornare agli antichi splendori, lo faccio con calma, è un lavoro di cesello. La foto in digitale che ricordo è di una semplicità sconcertante, la prima digitale fu una Olympus Camedia da 3 Mpx, presa in uno store, comprata per curiosità, ed ho fotografato la tavola di casa mia con i piatti ancora sporchi dopo aver mangiato, e lì ho compreso delle potenzialità che c’erano, e lì è cominciato il “baratro”, non la dipendenza, mi trovo bene, riesco ad esprimermi, tutto quello che prima non riuscivo a fare per motivi anche di denaro, ora posso, e ne sono lieto.

DF: Nel tuo Portfolio è presente un album dedicato alle finestre, c’è una particolare ragione? Sono foto descrittive o ognuna di esse ha un significato che va al di là dello scatto?

GD: Questa è una cosa curiosissima, tutto nasce dal mio ingresso nella fotografia digitale, dopo che comprai quella macchina, decisi di acquistare uno scanner per digitalizzare il mio archivio di diapositive, uno dei processi era trasferire le diapositive dai plasticoni mitici da 100 dia ai rulli per poter scegliere meglio gli scatti, per gioco forza ho rivisto tutte le diapositive, e mi sono accorto che in quasi tutti i miei viaggi, soprattutto in Europa, avevo fotografato molte finestre in modo inconsapevole, a quel punto mi sembravano interessanti, e mi sono chiesto, perche non andare avanti? E quindi quando incontro una finestra che mi piace la fotografo, alla fine da questa cosa è nata una mostra, dove mi hanno fatto una recensione dove mi hanno detto che la finestra guarda verso l’interno, io la guardo verso l’esterno da fuori, una sorta di accesso all’anima, che poi alla fine non è del tutto sbagliato, in definitiva la finestra è qualcosa che dà a chi sta dentro la casa il termine verso l’esterno, un po’ come la pelle per il corpo, è il primo elemento di confronto che hai verso l’esterno, la finestra per la casa è la stessa cosa, io le fotografo da fuori e a volte mi piace immaginare cosa c’è dentro.

DF: Sempre nel tuo sito nel Portfolio Minimal, abbiamo notato una foto molto interessante che ci è piaciuta a tutti, che è quella dei 4 uccellini quasi in posa sullo sfondo urbano, la domanda è questa, porti sempre con te una macchina fotografica magari compatta che ti permette di catturare questi istanti?

GD: No, lo vorrei fare, ma non ho ancora trovato la compatta che mi soddisfi, a parte i prezzi, potrei prendere una Leica M9 in questo momento per la praticità, ma non mi pare il caso.

DF: Per curiosità, come hai ottenuto la foto?

GD: La foto fatta con una Nikon D2X, a Barcellona, con un 70-200, la cosa di quella foto che sarebbe interessante da dire è che sapevo di quel quartiere di Barcellona particolare, con case nuove, costruito durante le Olimpiadi di Barcellona, ero con degli amici, mi sono preso il mio Metrò e sono andato in giro da solo, salutando tutti, mezza giornata, rigorosamente da solo, ed è venuta fuori quella foto lì, sono contento che vi sia piaciuta, perché piace molto anche a me.

DF: Già che ci siamo parliamo anche dell’attrezzatura che utilizzi, se fai molta post-produzione, se il fotoritocco significa una distorsione della realtà.

GD: La mia attrezzatura è rigorosamente Nikon, il rigorosamente non significa una fede, quando si parla di queste cose qui la gente è diventata “talebana” e la cosa non mi piace, molto semplicemente quando ero giovane, per una serie di circostanze ho avuto l’occasione di avere un corredo Nikon completo, la mitica Nikon F con un tot di obiettivi, mi è stata lasciata in uso quasi per un anno, l’ho provata, utilizzata e mi trovai benissimo, usavo Contax a telemetro, come detto prima, quando è arrivato il momento di passare alla Reflex ho continuato a scegliere Contax, peccato che la Contax sia finita con mio rimpianto, quando sono passato al digitale ho solo dato fiducia al marchio che mi aveva dato grande soddisfazione prima, non ci sono motivi di scelta tecnica, tutto qui. Mi parlavi della post-produzione, qui è un discorso complicato, cerco di riassumere velocemente, io lo faccio, lo faccio QB come dicono le ricette, quanto basta, torniamo al discorso della domanda di prima, la post-produzione dovrebbe aiutare il fotografo ad esprimere al meglio le emozioni provate durante lo scatto, soprattutto per i paesaggi, a mio modo di vedere, non dimentichiamoci che ora possiamo fare delle cose che prima erano impensabili, tipo la tecnica HDR, che io non uso, che ti permette di ottenere latitudini di posa impensabili con la pellicola, la cosa qual è, è che noi non siamo abituati a vedere questo tipo di foto, perché da sempre siamo abituati a vedere foto stampate su carta fotografica, o sui giornali, con una certa dinamica, quando le vedi con una dinamica molto più estesa, la gamma dinamica del nostro occhio è molto più ampia delle pellicole o quella di un sensore, e quindi non siamo abituati a vederlo riprodotto, per quanto riguarda i paesaggi cerco di riprodurre nei colori e nella saturazione quello che erano le vecchie Kodachrome, ho fotografato tantissimi anni con loro, addirittura con le Kodachrome 15 ISO, usavo praticamente sempre il cavalletto, sono riuscito imparando ad usare Photoshop ad avvicinarmi a quello che a me sembra quell’effetto, alla fine della “fiera” è quello che interessa a me e fa piacere a me, sul ritratto il discorso è un pochino diverso, soprattutto sul ritratto posato che è quello che pratico abitualmente, in linea generale li concordo con la modella gli interventi da fare, anche perché il ritratto posato è un modo di mettersi in gioco da parte del soggetto, e lì un po’ di artificiale c’è, sempre nei limiti della logica, un miglioramento globale del volto, un’attenuazione delle rughe, che non vuol dire eliminarle, sono due cose diverse, se fotografo una signora di 60 anni e ne fotografo diverse, non tolgo le rughe, perché non avrebbe senso, invece le ammorbidisco per rinfrescare il volto rispetto a quello che è nella realtà,  poi per carità se qualcuno mi chiede toglimi 20 anni, lo facciamo, feci un esperimento una volta che non posso raccontare,  che ai fini della sperimentazione fu bellissimo, ma ai fini dello scopo fu un disastro.

DF: Siamo stati veramente contenti di questa intervista, delle bellissime cose che ci ha detto Guido, per cui ti ringraziamo, è stato molto interessante capire l’esperienza di un ragazzo come te che è passato dalla fotografia analogica a quella digitale, ed è stato molto interessante.

GD: Sai cosa mi piace di quello che mi hai detto? Il ragazzo!! Ragazzo non lo sono più, ma per certe cose ancora mi sento di esserlo, per cui mi abbiate detto questo mi fa molto piacere.

DF: Guardando le tue foto sembri un ragazzo e sicuramente avrai tante cose da dire

GD: Aspettate che rimetta a posto il sito e poi ne vedrete delle altre

DF: Guido, ti ringraziamo di nuovo, da parte di tutti noi e dei nostri ascoltatori, ci risentiamo presto

GD: Grazie a voi, quando volete fatevi sentire, io sono qua. Buona serata, ciao a tutti.

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