Michael Freeman, il fotografo viaggiatore. L’intervista

Discorsi Fotografici ha avuto il piacere e l’onore di poter intervistare Michael Freeman, uno dei più famosi fotografi inglesi viventi, conosciuto in tutto il mondo per i suoi libri fotografici e di divulgazione, utilizzati e consigliati in molti corsi di fotografia come libri di testo.

Di seguito pubblichiamo la traduzione dell’intervista in italiano e l’originale in inglese, insieme ad alcune bellissime fotografie come gentilmente autorizzate dall’autore. Consigliamo caldamente a tutti i nostri lettori che hanno dimestichezza con la lingua inglese di seguire il suo lavoro sul sito personale, nonché ai seguenti link consigliatici dall’autore:

http://thefreemanview.com

http://www.pixiq.com

http://www.facebook.com/group.php?gid=105817481910

Michael Freeman è raggiungibile anche da Twitter

DF: Spesso sentiamo di persone che iniziano ad affrontare seriamente la fotografia partendo dalla passione per i viaggi, e non è raro trovare fotografi che sviluppano una migliore conoscenza del mondo seguendo la loro voglia di scattare delle belle fotografie. Nella tua carriera è stato il viaggio che ti ha spinto a padroneggiare la fotografia oppure sono stati i tuoi magnifici scatti che ti hanno portato a viaggiare sempre di più?

MF: In verità, è stato proprio viaggiare che mi ha spinto nel mondo della fotografia da quello della pubblicità in cui ho iniziato la mia carriera (tanto tempo fa!). Ho sempre avuto una passione per la fotografia, ma all’inizio non avevo la giusta spinta per allontanarmi dal percorso di una carriera tradizionale nel campo. Dopo Oxford, in cui ho studiato Geografia (e quindi un poco di influenza c’è!), sono stato assunto in una affascinante agenzia di pubblicità a Londra, all’epoca in cui la pubblicità stessa era qualcosa di affascinante. E sì, è stato divertente, una sfida continua, ma alla fine mi sono accorto che volevo davvero impegnarmi a tempo pieno nella fotografia.
Questo potrebbe risultare strano al giorno d’oggi, ma all’epoca (parliamo dei primi anni ’70), il mondo del business era meno duro di quanto lo sia adesso sotto molti aspetti. Sono riuscito a convincere l’agenzia a darmi un periodo sabbatico di due mesi e mezzo (immaginate fare una richiesta del genere oggi!), ho comprato due Hasselblad di seconda mano da un tizio del settore media, sono partito per il Brasile e ho viaggiato fin dentro l’Amazzonia. Ho fatto in modo di non pensare per nulla alla carriera in quei giorni e mi sono comportato come se non avessi altro lavoro che fotografare. Bene, per farla breve, al mio ritorno ho cercato di fare qualcosa con le mie fotografie, ho contattato delle persone all’ambasciata brasiliana che mi hanno detto che avrebbero allestito uno spettacolo per me.
Nella loro lista di invitati c’erano l’Editore e l’Editore fotografico diTime-Life che stavano da poco allestendo il settore editoriale dei libri volendo aprire proprio con uno che parlasse di Amazzonia. Hanno comprato le mie foto. Mesi e mesi dopo, quando ormai me ne ero quasi dimenticato, mi hanno chiamato e mi hanno fatto vedere come stavano usando le foto, la copertina, qualche pagina doppia, immagini di apertura di un capitolo e così via. Ho capito che quello era il miglior incoraggiamento che io avessi probabilmente avuto, così il giorno dopo ho dato le dimissioni e l’agenzia mi ha addirittura regalato una liquidazione attraverso un servizio fotografico pubblicitario di due settimane per un loro cliente tutto per me. Che bei tempi i vecchi tempi…

DF: Secondo te, un fotografo viaggiatore deve tenere la sua fotocamera sempre accesa, o ci sono momenti (o interi giorni addirittura) in cui è meglio smettere di scattare per concentrarsi sui luoghi, le persone, il viaggio stesso?

MF: Sono contento che abbiate detto il “fotografo viaggiatore” piuttosto che il più usuale “fotografo di viaggio”. Non credo a quest’ultima categoria come ad una professione, poiché suona piuttosto vuota, mi dà l’impressione di qualcuno che semplicemente alimenta l’industria dei viaggi attraverso le sue fotografie. (Mia moglie mi definisce un turista di professione, ma questa è un’altra storia!). Viaggio allo scopo di scattare fotografie, e questo significa che quando sono al lavoro mi concentro completamente sul posto, la storia, le persone. I miei viaggi preferibilmente durano almeno cinque settimane, ho bisogno di tutto questo tempo per ambientarmi, non sentirmi legato ad una agenda troppo serrata e per trarre vantaggio dalle cose che capiteranno. Quindi potremmo dire che i luoghi, le persone ed il viaggio sono inseparabili dalla fotocamera. Io li percepisco attraverso lo scatto. Ma di sicuro spengo la fotocamera per uscire a cena o prendere qualcosa al bar!

DF: Siamo rimasti molto colpiti dai tuoi lavori riguardo il sud-est asiatico, se dovessi scegliere, cosa colpisce di più il tuo occhio tra le persone, i colori, i paesaggi, la vita urbana, i monumenti?

MF: E’ nella natura umana classificare le cose in un certo ordine e sceglierne di preferite, quindi non posso biasimarvi per questa domanda. Ma la verità è che io non mi avvicino alle storie, ai servizi e ai viaggi in questo modo. Ho avuto tempi belli e brutti nel mio cammino, successi e fallimenti, ma quasi ogni viaggio ha avuto qualche qualità speciale, e me ne ricordo con passione molti. Eccone alcuni: guadare cumuli di guano di uccelli zeppi di scarafaggi in una caverna in Borneo mentre facevo un servizio su una “cena” all’interno di un nido… Bere rum da una noce di cocco appena colta a Bayon dopo un giorno di scatti fatti ad Angkor ed essere l’unico occidentale in quel momento ad essere lì (sul serio!) … Volare sul mare di Sulu a bordo di un elicottero d’assalto che l’aviazione filippina mi ha concesso per tre giorni … Vivere in un remoto villaggio Akha vicino il confine Birmano (nei primi tempi, quando non c’erano turisti…)
Certo, penso che ogni editore fotografico che produce un servizio probabilmente ti direbbe che il quello è il lavoro su cui è fissato al momento. Tendo anche io ad avere fissazioni. In questo momento è la Cina, particolarmente dopo gli ultimi due anni, spesi a scattare il mio nuovo libro (che ora è in fase di stampa) riguardo un’antica via di commercio tra lo Yunnan ed il Tibet, intitolato The Tea Horse Road.

DF: Prima di iniziare un viaggio, è importante per un fotografo lo studio del lavoro fotografico già esistente sul quel luogo, o questo atteggiamento tende ad avere una influenza troppo forte sui nostri scatti quando siamo sul posto?

MF: Bella domanda. Ho sentimenti misti al riguardo. In un mondo ideale preferirei guardare un sacco di brutte foto del luogo, al semplice scopo di sapere cosa vi troverò senza esserne influenzato. La peggior cosa nel guardare belle foto è che cominci a pensare di non poterne fare di simili senza copiare. Ma in realtà di alcuni posti in cui sono stato non esisteva già nessuna fotografia!

DF: Oggi tutti possono approdare alla foto semiprofessionale attraverso i prezzi relativamente bassi di reflex ed altro equipaggiamento da professionista. Pensi che questo trend abbasserà la qualità generale delle foto che si vedono in giro? Pensi che le migliori foto siano appannaggio ancora solo dei grandi fotografi?

MF: La cosa buona riguardo questa maggiore accessibilità è che sempre più persone stanno trattando la fotografia in modo serio e vogliono usarla come un mezzo di espressione creativa. Tutto ciò mi piace parecchio. Per quanto riguarda la qualità, beh, come in ogni medium creativo c’è una specie di piramide di qualità. Ci saranno sempre pochi fotografi molto bravi, ma potremmo dire lo stesso di attori, musicisti, scrittore e così via. La proporzione tra mediocre e ottimo probabilmente resta la stessa, quindi un maggior numero di fotocamere significherà un maggior numero di foto mediocri ed ottime!

DF: Tu hai scritto un’enorme quantità di libri, ogni fotografo qui in Italia ti conosce per i tuoi scritti educativi e i tuoi bellissimi libri fotografici; questa attività ti impedisce di scattare in alcuni momenti? O riesci a trovare il giusto tempo per ogni cosa?

MF: Io penso che mi impegno troppo, specialmente nello scrivere di fotografia, ma la cosa mi appassiona, così non ho molta scelta. Sono una persona molto attiva in ogni caso. Ma ho fastidiosi dubbi sul fatto che dovrei in realtà stare fuori a scattare quando mi trovo a scrivere. Comunque, prendiamo ad esempio la giornata di oggi. Sono appena arrivato in volo da Shanghai a Pechino, quindi il tempo necessario al volo è stato perfetto per scrivere. E sto scrivendo questa risposta per voi adesso nella mia camera d’albergo, è tardo pomeriggio con un giorno molto piatto e grigio al di fuori. Pensavo di andare in un parco qui vicino dove stanno svolgendo varie attività tra cui Tai Chi e Calligrafia, ma la luce non è ideale e devo restare ancora alcuni giorni qui. Per cui… scrivo!

DF: Quale sarà il tuo prossimo progetto fotografico?

MF: Ho sempre diversi progetti attivi allo stesso momento, e generalmente possiamo suddividerli in tre tipi: reportage, design e architettura, libri fotografici. I primi sono i più interessanti, ma devo dire che ora come ora non ho nulla di particolare al riguardo, avendo speso i miei ultimi due anni sul libro The Tea Horse Road di cui parlavo prima. E’ stato un periodo di forte dedizione. Quello precedente è stato il Sudan, altri due anni. Ho qualche possibilità in mente, ma devo esserne ben certo visto che dovrò passare altri due o tre anni concentrato su ciò che sceglierò!

DF: Hai un nuovo libro in uscita?

MF: Sì. Si intitola “La mente del fotografo” ed è il seguito a “L’occhio del fotografo”. Il primo di questi libri è stato sempre come un figlio per me, ma avevo un sacco di cose in più da dire. Comunque, dobbiamo tenere il numero di pagine sempre non troppo alto in un libro per far sì che il prezzo rimanga accessibile. Così nello scorso anno e mezzo ho scritto questo nuovo libro che continua dove l’altro finisce. “L’occhio del fotografo” ha avuto un sorprendente successo, tutto ciò è molto gratificante, più di 300.000 copie finora in 16 lingue.

DF: Hai un suggerimento particolare per i nostri lettori?

MF: Suggerimento? Cielo… Non faccio che darne nei miei libri! Pensavo che i vostri lettori avrebbero accolto con piacere un momento di pausa dai consigli di Freeman! Ok, solo uno allora… Spingetevi con coscienza a sperimentare in tre aree: scelta del soggetto, composizione e illuminazione.


ENGLISH VERSION

DF: Often we hear about people who start serious photography following their passion for travel, and is not unusual to find photographers that develop a better knowledge of the world following their will to shoot great pictures. In your career, it’s travel that pushed you to master photography or were your great pictures that kept you traveling more and more?

MF: In fact, it was travel that tipped me over into photography from advertising, where I started my career (a long time ago!). I had always had a passion for photography, but lacked the confidence initially to break the traditional career pattern. From Oxford, where I studied geography (some influence there, obviously), I joined a fashionable advertising agency in London, at a time when advertising itself was very fashionable. And yes, it was fun, challenging, but in the end I realised that I really did want to do photography full-time. This will sound strange now, but in those days (the early 70s), business life was kinder in many ways. I persuaded the agency to give me a two-and-a-half month sabbatical (imagine that now!), bought two secondhand Hasselblads from someone in the media department, flew to Brazil and travelled up the Amazon. I put the career out of my mind and behaved as if I had no other job than photography for that period. Well, to cut a long story short, on my return I looked for things to do with the photographs from that trip, approached of all people the Brazilian Embassy, who said they would put on a show for me. On their guest list were the Editor and Picture Editor of Time-Life Books, who were just setting up the book division, with The Amazon as their first title. They borrowed the pictures. Months and months later, when I’d forgotten about it, they called and showed me how they were using the pictures – the cover, several double-spreads, chapter openers. I realised that was the best encouragement I would probably ever receive, so the next day I resigned from the agency – who then gave me a leaving present of two weeks’ advertising shooting for one of their clients! Such nice days, those old days.

DF: In your opinion, a traveling photographer has to keep its camera switched on all time, or are there moments (or days) when it’s best to stop shooting and focus on surroundings, people, travel itself?

MF: I’m glad that you say ‘travelling photographer’, rather than the more usual ‘travel photographer’. I don’t much care for the latter as a ‘job description’, as it sounds rather shallow, as if someone just feeding the tourism industry with mages. (My wife calls me a professional tourist, but that’s another matter!). I travel in order to take photographs, and that means when I’m on assignment I’m focused completely on the place, the story, the people. My travelling assignments tend to be five weeks at least — I need that kind of time in order to settle in and to feel I’m not bound by a tight schedule, but can take advantage of things that come up. So you could say that the surroundings, people and travel are inseparable from the camera. I experience them through shooting. But I certainly put the camera down to go out for dinner or to a bar!

DF: We are really impressed by your production on South East Asia; if you had to pick one, what caught your eyes there among people, colors, landscapes, urban life, monuments?

MF: It’s human nature to want to rank things in some sort of order, and pronounce favourites, and I can’t blame you for asking. But the truth is that I don’t approach stories and assignments and trips in that way. I’ve had good times and not-so-good times on the road, successes and failures, but almost every trip has had some special quality, and I can think back fondly on most of them. Here are a few, though: wading through mounds of bird guano riddled with cockroaches in a cave in Borneo while shooting a story on birds’ nest soup… Drinking rum from a fresh coconut at Bayon after a day of shooting Angkor when I was the only Westerner there (really)…flying over the Sulu Sea in a Philippine Air Firce assault helicopter that they had lent me for three days…living in a remote Akha village near the Burmese border (early days, no tourists).
Of course, I think any assignment editorial photographer will probably tell you that the current job is the one he or she is fixated on. I tend to have fixations. Right now it’s China, particularly after the last two years, which I spent shooting my new book (printing now) on an ancient trade route between Yunnan and Tibet — titled The Tea Horse Road.

DF: Before starting a trip, it’s important for a photographer to study existing photographic works of that particular place, or will this behavior have a too strong influence on our shots once we reach our destination?

MF: Good question. I have mixed feelings about it. In an ideal world I’d prefer to look at a lot of bad pictures of the place, just to know what was there without being influenced. The worst thing about seeing good pictures is that you then feel you can’t do similar without copying. But actually, in quite a few places I’ve been to, there were no pictures already!

DF: Today everyone can access serious photography through relatively low prices of SLR and other pro equipment. Do you think that this trend will lower general quality of photographs? Are great images still produced only by few great photographers?

MF: The good thing about this accessibility is that more and more people are treating photography seriously, and more people want to use it as a means of creative expression. I like that a lot. As for quality, well, as in every creative medium there’s a kind of pyramid of creative quality. There will always be relatively few very good photographers, but you could say that about actors, musicians, writers and so on. The proportion of mediocre to good probably stays the same, so more cameras means more of both!

DF: You wrote a huge amount of books, everyone here in Italy knows you for your teaching writings and great pictures books, do this activity keep you from shooting? Or do you manage to find the right time for everything?

MF: I think I take on too much, particularly in writing about photography, but I’m passionate about that, so I don’t have much choice. I’m a pretty active person in any case. But I do have nagging doubts that I ought to be out shooting when I’m inside writing. Nevertheless, take today. I just flew from Shanghai to Beijing, so the flight time was perfect for writing. And I’m writing this answer to you now in my hotel room, late afternoon, with a very dull, grey day outside. I was thinking of going to a nearby park where they have various activities like tai chi and calligraphy, but the light is not great, and I have a few days here. So….writing.

DF: What will be your next photographic project?

MF: I always have several projects on the go, and they generally split into three: reportage projects, design and architecture projects, and photography books. The first are the most interesting, but I’m at a bit of a loss right now, because I’ve just ended two great years on the Tea Horse Road book I mentioned earlier and don’t have anything to replace it…yet. It’s a big commitment. The last one was Sudan, another two years. I have some possibilities in mind, but I need to be certain as I’ll be looking at another two or three years fixated on something!

DF: And you have a new book out?

MF: es, it’s called The Photographer’s Mind, and it’s the sequel to The Photographer’s Eye. That earlier book was always a baby of mine, but I had a lot more to say. However, we have to keep the page length in a book down to something sensible so that the price is right. So for the last year and a half I’ve been writing this new one, which continues from where the last one ended. The Photographer’s Eye has done amazingly well, which is very gratifying — more than 300,000 copies so far in 16 languages.

DF: Have you a special advice for our amateur readers?

MF: Advice ? Heavens….I’m always giving it through my books! I’d have thought your readers might have wanted a welcome break from more Freeman advice. All right, just one more…. Consciously push yourself to experiment in three areas: choice of subject, composition and lighting.

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