Intervista a Davide Marino, fotografo di Genova.

“La fotografia è per me l’incontro tra la condizione di luce che si verifica in un luogo e la capacità del fotografo di coglierla nei suoi infiniti aspetti”.

di Terenzio Lodadio

Davide Marino nasce a Genova il 7 giugno 1964. Prende il diploma di maturità classica e si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio. Non completa gli studi e lavora come contabile. Poi decide di abbandonare questo lavoro “perché quella non era assolutamente la mia strada”. Inizia a fotografare “con serietà e consapevolezza” nel 1999. Nel 2001inizia ad esporre personali a Genova e Milano. Nel 2007 conosce la fotografa e artista Alessandra Cevasco e insieme aprono nel centro storico di Genova in Vico San Giorgo n. 11, lo studio “Incantations”. Aprono il sito web www.incantations.it

DF: Perché il suo sito fotografico si chiama Incantations?

DM: Incantations è il titolo di un disco di un musicista polistrumentista inglese, Mike Oldfield che amo molto. La traduzione italiana di “incantations” è incantesimi. In fondo una foto riuscita è anche frutto di una specie di magia, e non è totalmente causa delle nostre capacità.

DF: Nel suo studio c’è scritto “produzione di fotografie artistiche”. Lei ritiene che la fotografia sia una delle arti come la pittura e scultura?

DM: Credo che la fotografia sia una vera e proprio arte. Per certi versi anche più impegnativa mentre per la pittura e la scultura nulla è impossibile. La fotografia è per me l’incontro tra la condizione di luce che si verifica in un luogo e la capacità del fotografo di coglierla nei suoi infiniti aspetti. Quindi sussistono delle limitazioni alla propria espressione.

DF: Si sente vicino alla fotografia neo pittoricista?

DM: Ammiro e studio da anni il movimento del passato noto come pittorialismo e quindi penso di poter essere associato alla fotografia neo pittoricista.

DF: Cosa pensa della fotografia del “momento decisivo” di Cartier Bresson e della fotografia “on the road” di Robert Frank, quella dell’informale.

DM: La fotografia di Cartier Bresson e quella “on the road” sono molto importanti e spesso anche io cerco di fissare l’attimo senza intervenire sullo svolgersi dell’evento. Sia la fotografia istantanea o quella in posa o in studio hanno lo stesso valore artistico e storico. Attualmente preferisco la fotografia in posa o in studio sia nei ritratti che nello still life.

DF: Nella sua esposizione d’arte in vico San Giorgio a Genova ci sono esposte molte foto still life. Ritiene questo tipo di fotografia superiore alla altre o ci sono altri motivi per questo tipo di scelta?

DM: Il mio profondo interesse per la pittura soprattutto dei secoli passati fino all’arte moderna è forse responsabile delle scelta di esporre in studio molte fotografie still life. Tuttavia questo genere di ripresa non è superiore alle altre.

DF: Secondo lei com’è il Italia il mercato della fotografia artistica rispetto a paesi come gli Stati Uniti dove malgrado la crisi economica esso è vivo e vegeto? Perché, secondo lei, in Italia non s’investe sulla fotografia?

DM: Purtroppo il mercato della fotografia artistica sta attraversando un periodo difficile. Sembra esserci una fase di declino d’interesse. I motivi possono essere contingenti, va considerato che nel nostro paese è troppo forte la tradizione pittorica, architettonica e scultorea. La fotografia artistica deve lottare con questi colossi, che in altri paesi sono meno potenti.

DF: Quali sono i futuri progetti di Incantations e quali sono stati quelli passati.

DM: Incantations è un progetto ambizioso e avrà bisogno di qualche anno per imporsi. Fin dall’inizio io e Alessandra abbiamo pensato a qualcosa d’importante, lavorando con il cuore senza cercare a tutti i costi il risultato economico, privilegiando la qualità e la serietà. Amiamo troppo l’arte per decidere di servirsene per scopi banali. Nel passato abbiamo ospitato nel nostro studio lavori di vari artisti, non solo fotografi. Contiamo di creare con lo studio incantations un punto di riferimento per chi è interessato a nuove forme espressive e culturali come le arti visive, la poesia, la musica. Alessandra è molto importante per la realizzazione di questi obiettivi. Il nostro lavoro è talmente entusiasmante che noi non lo consideriamo un lavoro, ma quasi una sorte di missione.

DF: Lei è per la fotografia analogica o digitale? Se, per lei, non ci sono differenze, quando usa la digitale e quando l’analogica?

DM: Mi trovo molto bene con la macchina digitale, anche se in passato ho usato anche le analogiche. Ho scelto di lavorare con il digitale per motivi pratici; ma non escludo in futuro di ritornare un po’ al passato. Trovo assurda la disputa tra digitale e analogico. Una foto artistica è più opera del pensiero umano e il mezzo usato conta relativamente.

DF: Se dovesse adesso fare una scelta di lavoro rifarebbe quella di “Incantations”?

DM: La rifarei senz’altro… anche se non avrei mai immaginato il sopraggiungere di una crisi economica di tale portata. In realtà senza il sostegno della mia famiglia incantantions dovrebbe chiudere. Lo poche soddisfazioni economiche ottenute sono però compensate da una crescita umana e professionale.

DF: Con la nascita del digitale la fotografia è diventata un hobby di massa, alla portata di tutti. E’ stato un bene per la fotografica intesa come arte?

DM: Da un lato il fatto che la fotografia sia diventata alla portata di tutti può fare pensare che oggi emergere e farsi notare sia più difficile. Dall’altro credo sia un bene perché fotografare vuole dire scoprire, conoscere e comprendere meglio la vita. Sempre sperando che prevalga un approccio serio di ricerca e che non sia superficiale altrimenti si avvalora la tesi che poiché fotografare è facile la fotografia non è culturalmente importante. In realtà più uno s’impegna più si accorge di quanto si difficile creare una fotografia interessante.

DF: Chi è il suo fotografo preferito e perché?

DM: Il mio fotografo preferito è Mario Giacomelli. Un artista sincero, profondo, passionale, con un linguaggio fotografico unico e fantastico.

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